Spettacoli

LOC-DNA

6 febbraio 2019 ore 21- Nell’ambito del Festival “La Scienza a Teatro”, va in scena al Teatro Agorà DNA”- Dramma Verticale Studio N3 di e con Duska Bisconti.

Uno studio- spettacolo che prende spunto dalle scoperte scientifiche sul DNA mitocondriale (parte del DNA umano ereditato esclusivamente dal DNA materno preposto ad accumulare memoria/energia che sarà utilizzata nel corso della vita di ognuno).

L’autrice ha condotto una piccola indagine sulla memoria trasmessa dalle madri ai figli e alle figlie in particolare. La domanda è: “quale è la prima immagine/frase che è rimasta scolpita nella tua memoria pensando a tua madre?”

I risultati di questa prima escursione, forse fantasiosa e incompleta, nel mondo della memoria genetica riportano alla paura nelle sue più diverse declinazioni, contrapposta in automatico all’energia creativa della vita.

RECENSIONI

TEATRO TEATRO.it

DNA – Drammi verticali n. 1” inscena i peggiori fantasmi che donna possa aver ospitato nell’esperienza ancestrale e li fa collettivi, sbeffeggiandoli. Straniante e un po’ ipnotico, il timbro squillante di Anna Duska Bisconti emerge e sfuma nel buio con cadenza inesorabile e rituale. L’atto unico guida la platea in un’ora di viaggio archetipico, banditi tutti i riferimenti al reale dietro la cortina che separa la saletta dal resto del mondo: e nemmeno le assi del palco scricchiolano a ricordarci cosa è recitazione e cosa confessione, cosa sceneggiatura e cosa ricordo. Il percorso che l’attrice e regista traccia con mano sicura attraverso le luci e le ombre di uno spazio impreziosito dai ricami spettrali degli elementi scenici di Elena Nonnis guizza tra le memorie infantili, adolescenziali, materne delle figlie di Eva – e la storia cessa improvvisamente di essere scritta da mani maschili, mutando tono e possessore, incisa nel patrimonio genetico di ciascuna donna e di nessuna.

Il monologo che rifrange su di sé tante e tali suggestioni non ha un’unica voce: dalla scolaretta in preda al pianto per una bambola rotta all’adolescente in astinenza da discoteca, dalla puerpera confusamente felice alla madre degenere, i rivoli in cui si scompone la figura femminile non restano mai uguali a se stessi, ma assumono la forma del contenitore che tenta di imbrigliarli: ciò che resta immutato è invece il senso di oppressione, l’obbligo altrui imposto, il vincolo sociale prima che familiare che imprigiona la depositaria biblica del dono della vita in una serie infinita di moralismi ottusi e catene da cliché. Così trovano posto sulla scena uno Shakespeare telefonato e puntualmente disatteso, un ammonimento scolastico che sa di punizione eterna (“Pentitevi! Soprattutto voi bambine! I bambini meno.”), un’incerta camminata verso i propri doveri che sa di costrizione morale e mai di sincero anelito: “Perché non ho scelto l’epidurale?”, biascica la partoriente in preda alle contrazioni. “Ah già, perché volevo provare questo dolore”, riesce infine a rispondersi, contenendo autoironica rassegnazione e feroce recriminazione nella stessa battuta.

Quelli che dominano allora la piazza, nascendo e morendo nel roveto mitocondriale che nero e intricato focalizza l’attenzione al centro del campo visivo dello spettatore, sono i codici comportamentali (drammi verticali, appunto) dei quali l’eterno femminino sembra ancora oggi nutrirsi, privo di reali soluzioni salvifiche, non propriamente rassegnato ma sicuramente armato del sarcasmo come della propria ultima arma di difesa. “Abbottonati l’utero”, donna. O scegli di non farlo, e affrontane le conseguenze. Un monito agghiacciante e provocatorio, è evidente, ma più valido di mille vacue celebrazioni dell’otto marzo messe assieme.  (Domitilla Pirro- Teatro Teatro)

MERCUZIO ONLINE

DNA è uno spettacolo breve, leggero nella visione, ma denso di significati.

Duska Bisconti, autrice del testo e unica attrice in scena, alterna le vicissitudini quotidiane tra madri e figlie.

La grazia dell’interpretazione si mescola a un testo che induce a riflettere su quanto certi comportamenti materni possano influire sulla crescita di una bambina. Non è, tuttavia, angoscia. E’ solo suggerimento di intenti. E’ musica, è domande e risposte, è il suono di un violino, è insegnamento, è dialogo:”…ti rendo le stelle della speranza affinché siano da guida ad altri…”

Allestimento minimal e suggestivo: un pannello illuminato e un grosso groviglio di spine realizzato da Marina Caporaletti con opere di Elena Nonnis, alla quale va il doveroso apprezzamento per la originalità degli elementi usati e delle forme scelta.

(Daniela Moretti)

 


Venere Loc. (1)

“Venere e altri disastri” Con Duska Bisconti
Teatro Porta Portese (Sala Pasolini) 19/09/2018

RECENSIONE di Clara Surro

La rappresentazione teatrale della divinità simbolo dell’Amore e della bellezza. Il mito che prende forma umana, che entra nel nostro quotidiano per stimolarci ad afferrare la vita.
Venere si veste delle sembianze di Duska Bisconti e attraverso esse dimostra tutta la sua vitalità, il desiderio, la passione.
Duska è una Venere dall’ inesauribile carica energetica, il mito in chiave ironica, irresistibile nella caratterizzazione delle divinità dell’ Olimpo. Nella messinscena, le divinità maschili: Giove, Vulcano, Marte diventano un facile bersaglio per denunciare una certa vigliaccheria che le accomuna ai maschi contemporanei.
Entra in scena come una creatura eterea in un’atmosfera rarefatta, ma è quanto mai terrena e ci accompagna in un percorso originale attraverso il mito,dalla sua nascita in poi, ironizzando su se stessa, sulle sue origini, sulle sue gesta, sui suoi difetti.
Mette a nudo le sue debolezze e viaggia tra gli umani con la sua anima custodita in un cestino, è diretta divertente, crea una grande empatia con il pubblico. Ma in fondo rappresenta la sintesi delle mille sfaccettature che ci sono in ogni donna: la sposa, l’amante, la madre della vita, l’impulso naturale.
Una messa in scena godibile, ironica, non scontata, in cui il pubblico è attento e partecipe, incuriosito dal fantasioso oroscopo di Duska-Venere, che invita ad avere fiducia nel futuro e nell’energia che porta alla nascita di tutto ciò che ha vita attraverso l’amore ed il piacere.
Uno spettacolo piccolo che però crea la magia: l’osmosi tra attore e pubblico.

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’77 FOOL IMMERSION 

di

DUSKA BISCONTI

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IO E FRANCA

IO E FRANCA LOCANDINA

Storia di un’amicizia

di e con Duska Bisconti

In una Roma in pieno fermento, nei primissimi anni ’80 al teatro Tenda di Piazza Mancini, quando folle oceaniche correvano ad assistere agli spettacoli di Dario Fo e Franca Rame, ancora la speranza della sinistra non si era del tutto spenta. In questo contesto nasce l’amicizia tra una giovane attrice e Franca Rame, un sodalizio che rimane inalterato nel tempo. Le vediamo spesso nelle auto scassate della giovane attrice ridere, chiacchierare, vivere libere i loro pensieri e la vita che le attraversa. E’ una storia che passa attraverso Roma, Cesenatico, Firenze, le piazze d’Italia e si trasforma il giorno della morte di Franca in mezzo ai disordini di Piazza Taksim a Istanbul in un canto di libertà.

Recensione di Tania Croce su “Noi Donne”

IO E FRANCA 4:5:17

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FOEMINAE SAPIENS

di

DUSKA BISCONTI 

con

DUSKA BISCONTI -MARIA CRISTINA MASTRANGELI- MARIA LIBERA RANAUDO

LocandIna

GIUSTINA GRATTA E VINCI

 

giustina locandina

di e con

ANNA DUSKA BISCONTI

Avete qualche debituccio? Vi scadono le rate del mutuo e non sapete come pagarle? Avete una vita coniugale deprimente e ricca di litigi di vario tipo? Avete un coniuge che secondo voi porta sfortuna dal quale sognate di fuggire? Ogni tanto giocate al gratta e vinci ma non vincete mai più di cinque euro? Anche Giustina, la protagonista di questo monologo esilarante, ha gli stessi problemi. Ogni tanto vince qualche sommetta che manda avanti la casa ma vuole fare il colpo grosso. Giustina però, contrariamente a voi, si sta attrezzando per fare la grande vincita e contemporaneamente liberarsi del marito.

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NOSTRA SIGNORA DI BABELE

 

Nostra signora di Babele

di
ANNA DUSKA BISCONTI

voce registrata di Maria Libera Ranaudo
disegno luci Daniele Scattina

Due donne-fumetto, Cara e Mella, esistono solo perchè disegnate dall’Autrice che si firma “Nostra Signora di Babele”. E’ sempre a corto di battute efficaci e di un barlume di coerenza.
Incastrate nella loro striscia le due donne-fumetto aspettano una buona battuta e nel frattempo si arrangiano a dire quello che viene loro in mente, perchè un fumetto esiste solo se dice qualcosa. Ma ogni volta che affrontano un tema con una logica compiuta, la loro Signora e Padrona cancella, cambia senza sosta situazioni, mugugna, lascia tutto sospeso a metà. In una confusione che rispecchia la sua condizione di umana immersa nell’incertezza, l’Autrice potrebbe cancellare le sue creature dai suoi fogli: non sono all’altezza di rappresentarla alla prossima importantissima fiera del fumetto.
Ma Cara e Mella hanno avuto troppo tempo a disposizione per non desiderare di diventare autonome da Lei…

Recensioni:

In una società che ha dimenticato i tempi in cui si mettevano nero su bianco pensieri, emozioni e sogni, i personaggi della pièce di Duska Bisconti, sono il frutto di visioni contorte e irreali, anzi, delle strisce di cocaina di un’ autrice come Nostra Signora di Babele, dalla cui mente paranoica nascono Cara e Mella, due fumetti virtuali che svaniranno presto, ma prima hanno qualcosa da dire, fare, pensare e trasmettere al pubblico che le osserva in attesa di battute sensate nel mare dell’insensatezza contemporanea. Innanzitutto Cara e Mella sono due figure femminili pensanti, che osservano con l’animo di due adolescenti sé stesse e il mondo esterno, cercando di capire il vortice dei pensieri umani, dei legami amorosi, della violenza subìta dalle donne, vittime di carnefici impietosi travestiti da fidanzati, oppure il dramma della menopausa, ossia la loro data di scadenza per l’altro sesso, assetato di giovani e appetibili conquiste. Mentre l’una si veste a festa per uscire col fidanzato crudele, l’altra medita sul suo posto nella storia e lo fà con ironia, perché si sente viva, quindi esulta di felicità. Chissà se esiste la morte anche per i personaggi pensati da Nostra Signora di Babele, in fondo sono irreali e in attesa che giungano nuove battute da recitare, si avverte la tensione dell’imminente fine, nel momento in cui Cara e Mella apprendono che da lì a poco, dovranno scomparire perché l’autrice ha deciso di cancellarle, essendo né belle, né brutte, nemmeno cretine, quindi inutili in questo mondo.
Eppure non è detta l’ultima parola, ed essendo virtuali, le due donne fumetto, troveranno un modo per sopravvivere, in un’altra storia, un’altra festa, altrove. Liliana Paganini e Duska Bisconti, sono state magnifiche nell’interpretazione di un testo attuale, ironico e crudo al tempo stesso, dove l’autrice ha analizzato con la lente d’ingrandimento, il difficile ruolo della donna confortata dall’uguaglianza tra i due sessi, dove la libertà di pensiero scorre sul web a una velocità tale da svanire senza lasciare contenuti e traccia.
Un bel lavoro quello visto stasera al Teatro Lo Spazio, peccato in un’unica data.
di Tania Croce

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MONDO ROSA

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DNA

 

LOCANDINA DNA

DRAMMI VERTICALI
Di
ANNA DUSKA BISCONTI

“DNA Drammi Verticali 2” è una sequenza di storie e di paure che entrano nella formazione delle bambine . Verticali rispetto allo spazio e al tempo, perché riassunte nella memoria mitocondriale del Dna di tutte le donne. Tutto è scritto sugli oggetti invece che sulle pagine bianche dei romanzi. I bottoni, le caramelle dell’anoressica, le scarpe di Giulietta, e il silenzioso mondo delle cose sono le pergamene scritte dalle madri per le figlie, le figlie delle figlie, le figlie delle figlie delle figlie…

 

Recensioni:

DNA – Drammi verticali n. 2” inscena i peggiori fantasmi che donna possa aver ospitato nell’esperienza ancestrale e li fa collettivi, sbeffeggiandoli. Straniante e un po’ ipnotico, il timbro squillante di Anna Duska Bisconti emerge e sfuma nel buio con cadenza inesorabile e rituale.
L’atto unico guida la platea in un’ora di viaggio archetipico, banditi tutti i riferimenti al reale dietro la cortina che separa la saletta dal resto del mondo: e nemmeno le assi del palco scricchiolano a ricordarci cosa è recitazione e cosa confessione, cosa sceneggiatura e cosa ricordo. Il percorso che l’attrice e regista traccia con mano sicura attraverso le luci e le ombre di uno spazio impreziosito dai ricami spettrali degli elementi scenici di Elena Nonnis guizza tra le memorie infantili, adolescenziali, materne delle figlie di Eva – e la storia cessa improvvisamente di essere scritta da mani maschili, mutando tono e possessore, incisa nel patrimonio genetico di ciascuna donna e di nessuna.
Il monologo che rifrange su di sé tante e tali suggestioni non ha un’unica voce: dalla scolaretta in preda al pianto per una bambola rotta all’adolescente in astinenza da discoteca, dalla puerpera confusamente felice alla madre degenere, i rivoli in cui si scompone la figura femminile non restano mai uguali a se stessi, ma assumono la forma del contenitore che tenta di imbrigliarli: ciò che resta immutato è invece il senso di oppressione, l’obbligo altrui imposto, il vincolo sociale prima che familiare che imprigiona la depositaria biblica del dono della vita in una serie infinita di moralismi ottusi e catene da cliché. Così trovano posto sulla scena uno Shakespeare telefonato e puntualmente disatteso, un ammonimento scolastico che sa di punizione eterna (“Pentitevi! Soprattutto voi bambine! I bambini meno.”), un’incerta camminata verso i propri doveri che sa di costrizione morale e mai di sincero anelito: “Perché non ho scelto l’epidurale?”, biascica la partoriente in preda alle contrazioni. “Ah già, perché volevo provare questo dolore”, riesce infine a rispondersi, contenendo autoironica rassegnazione e feroce recriminazione nella stessa battuta.
Quelli che dominano allora la piazza, nascendo e morendo nel roveto mitocondriale che nero e intricato focalizza l’attenzione al centro del campo visivo dello spettatore, sono i codici comportamentali (drammi verticali, appunto) dei quali l’eterno femminino sembra ancora oggi nutrirsi, privo di reali soluzioni salvifiche, non propriamente rassegnato ma sicuramente armato del sarcasmo come della propria ultima arma di difesa. “Abbottonati l’utero”, donna. O scegli di non farlo, e affrontane le conseguenze. Un monito agghiacciante e provocatorio, è evidente, ma più valido di mille vacue celebrazioni dell’otto marzo messe assieme.
Domitilla Pirro

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DNA è uno spettacolo breve, leggero nella visione, ma denso di significati. Anna Duska Bisconti, autrice del testo e unica attrice in scena, alterna le vicissitudini quotidiane tra madri e figlie.
La grazia dell’interpretazione si mescola a un testo che induce a riflettere su quanto certi comportamenti materni possano influire sulla crescita di una bambina. Non è, tuttavia, angoscia. E’ solo suggerimento di intenti. E’ musica, è domande e risposte, è il suono di un violino, è insegnamento, è dialogo:”…ti rendo le stelle della speranza affinché siano da guida ad altri…”
Allestimento minimal e suggestivo: un pannello illuminato e un grosso groviglio di spine realizzato da Marina Caporaletti con opere di Elena Nonnis, alla quale va il doveroso apprezzamento per la originalità degli elementi usati e delle forme scelta.
Daniela Moretti

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